Il testo del Vangelo di Giovanni di questa seconda domenica di Pasqua ci riporta alla sera del primo giorno dopo il sabato, mentre i discepoli spaventati sono riuniti a porte chiuse. Cristo appare loro, li rassicura con un saluto, ripetuto due volte «Pace a voi» e mostra loro le mani e il fianco. La gioia dei discepoli nel riconoscere il Risorto e il saluto di pace ricevono il sigillo dello Spirito Santo, che rimuove le loro paure.
L’evangelista dice che essi si sono resi conto di un nuovo modo di essere presente di Gesù in mezzo a loro. Una presenza che supera tutti i limiti che appartengono al nostro mondo, è fuori dallo spazio e dal tempo. E’ una presenza attuale anche oggi. Lo stesso giorno di Pasqua Gesù va in cerca dei suoi apostoli. Ha fretta di rivederli, di rincuorarli. Tutti, tranne Giovanni, lo avevano abbandonato; Pietro lo aveva rinnegato e neppure dopo il pentimento si era fatto vedere. Poi si erano chiusi in casa, in preda alla paura e non ricordavano più la promessa di Resurrezione. Ma il Signore, con amore, raggiunge i suoi, li saluta con affetto ed augura la pace, sa che ne hanno bisogno. Il cuore degli apostoli è ancora in subbuglio, fra la delusione e il rimorso, fra la tristezza più cupa e la voglia di scrollarsi di dosso un'eredità amara.
Gesù li conosce ad uno ad uno, non si fa illusioni, non si aspetta di trovarli pieni di fede; non fa prediche, non rimprovera nessuno, non li umilia. Va loro incontro con la semplicità di chi sa amare, con l'attenzione e la premura di chi è disposto ad offrire ai suoi una possibilità di riscatto. Solo l'amore può cambiare i cuori, solo la pace può guarirli. È per questo che corre da loro, entra a porte chiuse e mostra i suoi segni di riconoscimento: i fori dei chiodi e della lancia. Gli apostoli lo riconoscono e immediatamente si sentono trasformati. Ritorna la gioia, la paura è vinta per sempre. È l'effetto della presenza del Maestro, l'effetto tipico che si ripete ad ogni incontro con Lui. Se lo incontriamo anche noi, se apriamo gli occhi e il cuore alla sua venuta, non siamo più gli stessi. Diventiamo creature nuove, capaci di vincere ogni ostacolo e ogni timore, pronti ad aprire il cuore e a regalare a tutti la pace che il Signore ci dona.
I discepoli raccontano a Tommaso di avere visto il Signore; ma Tommaso replica, manifestando la sua legittima esigenza di “vedere” Gesù per essere suo testimone. Otto giorni dopo, Gesù appare nuovamente in mezzo a loro, invitando Tommaso a verificare le ferite del costato e delle mani, segni della sua passione e del suo amore. Cristo gli rivolge anche un richiamo, un invito per un cammino di fede: «e non essere più incredulo macredente!». A tale invito Tommaso risponde con la più alta dichiarazione di fede: «Mio Signore e mio Dio!». La fede di Tommaso cosi come quella degli altri apostoli si fonda sull’incontro personale con Gesù risorto, ma la fede pasquale va oltre i segni, infatti l’evangelista conclude, «beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
Giovanni precisa che il Vangelo è stato scritto «perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome». La fede in Gesù Cristo è una scelta libera che si fonda sulla solida testimonianza documentata nei Vangeli e si trasmette nella testimonianza dei credenti. Non facciamo come Tommaso che pretende di avere una prova. Se riusciamo a fissare gli occhi su Gesù, non avremo più tante domande da fare, tante prove da chiedere. Lo incontreremo e lo sentiremo vivo nella nostra quotidianità.
Sarà questa la nostra Pasqua e anche noi non sapremo dire altro che "Mio Signore e mio Dio!" Il resto lo griderà il nostro cuore e la nostra vita risorta.
Forse Il tempo che stiamo vivendo ci avvicina molto all’esperienza dei primi discepoli di Gesù: la scomparsa del Suo Corpo e i primi ricordi delle sue parole riguardo alla risurrezione. Come loro ci sentiamo anche noi smarriti, sconvolti, con un misto di sentimenti difficili da classificare... Vediamo tanti nostri fratelli che ci lasciano così, in un modo mai pensato; vediamo tanta lotta e tanti sacrifici e ci sembra quasi invano: ancora tante paure, tante incertezze...Eppure é per noi la notizia della risurrezione!
Il Signore è vivo «e ci ha ordinato di annunziare al popolo che egli è il giudice dei vivi e dei morti» (At 10,42) dice Pietro, e con lui anche noi siamo testimoni. Celebrare la Risurrezione non è solo un atto di culto attraverso il quale rendiamo gloria a Dio e faciamo memoria delle sue azioni. Celebrare la risurrezione è proclamare che la vita del cristiano è essa stessa un processo continuo di morte e di risurrezione: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria”.
Con gli apostoli siamo testimoni e portatori di una gioia che sorpassa il sepolcro e che allo stesso tempo lo rende omaggio perché è il luogo del passaggio di Cristo da questo mondo al Padre. Infatti, Giovanni nel suo vangelo racconta i dettagli trasformandoli essi stessi in testimoni autentici dell’evento della risurrezione: «Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario che era stato sul suo capo non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» (Gv 20,1-9).
La fede che professiamo e testimoniamo non è una fede solitaria, isolata, particolare: noi professiamo la fede della chiesa. Esiste un “noi” che rende testimonianza della presenza viva del Signore risorto e in Lui tutto acquista senso e significato. Questa domenica per noi è ancora una volta l’occasione per dire al mondo, in mezzo a questa pandemia, che solo guardando in alto e cercando le cose di lassù (cfr. Col 3,1-4) l’umanità sarà capace di rileggere la propria storia come storia di salvezza (cf. At 10,37-43).
Con oggi, Domenica delle Palme, entriamo nella settimana più importante dell’anno, tanto importante da essere definita santa e con essa il cammino della Quaresima raggiunge il suo vertice.
Questa è la settimana che celebra la storia della nostra salvezza attraverso la Passione del Signore; ripercorreremo il dramma della sua passione, della sua morte e della sua resurrezione per la nostra redenzione. In questa settimana che inizia siamo invitati a sincronizzare il nostro cuore e le nostre vite con questi eventi.
In queste settimane abbiamo cercato di accompagnare Gesù nel deserto, di innalzare lo sguardo verso il Tabor, verso lo splendore di Dio, lo abbiamo seguito inquieti nella cacciata dei mercanti dal tempio e con Nicodemo abbiamo scoperto la necessità di rinascere dall’alto.Oggi, insieme alla folla esultante, accompagniamo la sua entrata trionfale a Gerusalemme.
La liturgia di questa domenica apre le celebrazioni pasquali e in essa siamo invitati ad ascoltare il racconto doloroso della passione che con l’evangelista Marco dà risposta definitiva alla domanda che ha guidato tutto il suo vangelo: Chi è Gesù? Anche noi ancora una volta oggi dobbiamo porci questa domanda, con verità, per non ritrovarci ad essere contraddittori come la folla che mentre lo ha acclamato esultante all’ingresso della città poi lo ha condannato alla crocifissione. Nella lettura del testo odierno sarebbe bello e fruttuoso poterci mettere nei panni e contemplare le caratteristiche di tutti i personaggi del racconto. Potremmo così essere i timorosi discepoli che fuggono, o le donne che seguono Gesù fino alla fine. Potremmo partecipare a conficcare i chiodi nel corpo del Maestro oppure donargli sollievo per qualche istante prendendogli la croce come il Cireneo.
Chiediamo al Signore di concederci la grazia di vivere questo tempo in un profondo raccoglimento interiore, di disporre Lui stesso il nostro cuore ad accogliere ogni esperienza di sofferenza come un’occasione privilegiata per poterci unire sempre di più Lui, di donarci quell’abbandono fiducioso di chi si affida nelle mani del padre, sicuri che l’ultima parola non sarà quella della morte, ma la gioia e il trionfo dell’amore.
È l’ultima Pasqua vissuta da Gesù a Gerusalemme. Gesù è entrato nella città santa acclamato dalla folla e ormai i sommi sacerdoti hanno deciso di condannarlo a morte. In occasione di ogni grande festa, erano saliti a Gerusalemme anche dei greci, dei pagani, i quali avevano sentito parlare di Gesù. Avvicinano Filippo e gli chiedono: “Vogliamo vedere Gesù”. Giovanni utilizza un termine che non indica un semplice "vedere", ma un andare al di là delle apparenze, un vedere per conoscere e per capire. Non basta desiderare di "vedere" Gesù, ma essere pronti ad accogliere le modalità sorprendenti con le quali Dio - ieri come oggi - si fa presente nella storia.
I greci come anche gli ebrei, si aspettavano una rivelazione trionfale, invece Gesù si presenta come il seme che deve marcire/morire e portare frutto. Come la potenza di vita nascosta nel seme è sottratta agli occhi, così la fecondità della Croce è scambiata per follia da chi non entra nella logica dell'amore. Lui sapeva che la decisione di andare a Gerusalemme sarebbe stata una scelta senza ritorno. La metafora utilizzata da Gesù descrive sia una legge universale che la propria vita. Morire vuol dire cadere a terra, scontrarsi con la realtà della vita e rialzarsi. Tutto questo naturalmente ci fa paura ma nulla di fruttuoso può nascere, se non cadiamo a terra!
Nella seconda parte del brano, Giovanni lascia intuire l'angoscia di Gesù. Giovanni non racconterà il dramma del Getsemani, lo fa qui. Qui c'è tutto il turbamento di Gesù. Egli non ha paura della morte, ha paura del rischio di finire nel nulla e di sentirsi tradito. Gesù avverte tutta l'angoscia di essere dimenticato insieme ai tanti crocifissi anonimi della storia.
Un chicco di grano è il “quasi niente”, come l'uomo. Nessuno di noi ha cose importanti da dare, ma Dio riesce a prendere questo “quasi niente” e ne ricava molto frutto. Ognuno di noi è un “quasi niente” che però contiene invisibili e impensate energie, un cuore pronto a spargere i suoi frutti.
Le letture di questa quarta domenica di Quaresima ci fanno riflettere sull'infinito amore di Dio per l'uomo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna».
Il Padre ha tanto amato l'umanità da mandare il Figlio sulla terra. Egli si è fatto uomo, ha condiviso la nostra condizione in tutto, fuorché nel peccato e ha dato la sua vita per la nostra salvezza, ha fatto sua la Volontà del Padre ed ha scelto di rimanere con noi tutti i giorni sino alla fine del mondo, nel sacramento dell'Eucaristia, per essere nostro sostegno e nutrimento. Quanto più si ama, tanto più si è disposti a soffrire per la persona amata. Il dolore diventa come la prova inconfutabile del vero amore. Nel Vangelo di oggi si parla della Croce. Non poteva mancare questo riferimento nel cuore della Quaresima, quando ci prepariamo a celebrare la Passione, la Morte e la Risurrezione di Gesù Cristo. Nicodemo, dottore della legge mosaica, si reca di notte da Lui per ascoltare il suo insegnamento, che si fonda proprio sul mistero della Croce. Per questo Gesù prende spunto da un episodio dell'Antico Testamento: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Durante l'esodo attraverso il deserto, gli Ebrei si resero infedeli a Dio e furono puniti con l'invasione di serpenti velenosi, i quali penetrarono nell'accampamento e un gran numero di israeliti morì. Il popolo supplicò Mosè di intercedere ed egli innalzò un serpente di bronzo su di un palo così che tutti quelli che venivano morsi dai serpenti, se guardavano a quello di bronzo, avevano salva la vita. Quest’ episodio nasconde un significato molto profondo. Il serpente, che con il suo morso uccide il corpo, simboleggia il peccato che conduce alla morte dell'anima. Il serpente di bronzo, innalzato sull'asta, simboleggia Gesù che per amore si è addossato tutti i nostri peccati ed è stato crocifisso per la nostra salvezza. Chiunque guarda a Lui e crede fermamente, sarà salvato e avrà la Vita eterna. Non si tratta di una fede astratta e sterile, ma della piena adesione a quanto Dio ci ha rivelato. Per conseguire la salvezza, dobbiamo mettere in pratica quanto abbiamo conosciuto per mezzo della fede.
La salvezza diventa un gioco di sguardi. Guardando a Gesù crocifisso, comprenderemo il senso della buona notizia che Dio ha voluto comunicarci; comprenderemo l’agire di Dio, che non giudica, ma offre la salvezza a chi entra in relazione con Lui. Un Dio che non tira le somme, né fa distinzioni, ma si offre per tutti, senza calcoli. Non volgendo lo sguardo a Gesù, l’uomo si autoesclude dalla possibilità di andare oltre il livello terreno ed oltre la morte.
Gesù in croce si offre allo sguardo di Nicodemo, del popolo di Israele e dell’intera umanità. Ciò che conta è credere e tenere fisso lo sguardo su di Lui, soprattutto nei momenti di difficoltà. La constatazione amara di Giovanni è che molti amano le tenebre perché le loro opere sono lontane dalla verità di Cristo.
Concretamente, dobbiamo rinnegare le opere delle tenebre e operare quello che Gesù ci ha insegnato. Egli dice: «Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque fa il male odia la luce». Nicodemo si muove dalle tenebre verso la luce, come ogni uomo in seria ricerca.
Oggi siamo invitati ad aprire i nostri cuori all’amore infinito di Dio e alla sua misericordia ricca di delicatezza e di generosità. In questo tempo di Quaresima la nostra gioia consiste proprio in questa apertura del cuore, per vivere una vita animata dalla giustizia, dalla carità e dalla condivisione in modo che la nostra esistenza diventi testimonianza dell’Amore infinito di Dio.