Come pellegrini di speranza e testimoni del Risorto, dopo le feste pasquali la Liturgia ci ha immerso nel cuore della Trinità (Domenica scorsa) e oggi ci immerge nel cuore dell’Umanità invitandoci a sentire i palpiti del Cuore Eucaristico di Gesù che continua ad amarci, chiamarci, e inviarci per il mondo portando il lieto annuncio del Vangelo della salvezza.
E’ il mistero della fede vissuto ogni giorno sull’altare dell’Eucaristia, memoriale della nostra salvezza: pane vivo dato agli uomini per la vita del mondo. A questo mondo, segnato da tanti progressi e tanti regressi, risuona l’esortazione della prima lettura di oggi: «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fama, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,2-3.14b-16a).
Ricordati! Un passaggio importanti, anche se difficile forse, una volta che siamo ormai poco abituati a ‘guardarci dentro’, a ‘sapere quello che abbiamo nel cuore’, inclini che siamo ai messaggi veloci dei social, presi da tante informazioni, quasi vuoti di vera sostanza. E perché il Signore non conosce sosta a venirci incontro, ogni giorno si dà nella sostanza del pane e della parola viva: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». E continua: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me» (Gv 6,51-58).
Se dovessimo scendere alla concretezza delle parole di Gesù forse anche noi rimarremo scandalizzati come al suo tempo, e perché conosce la natura umana, il Signore diventa pane per rendere facile il nostro accesso alla realtà della vita che ci viene donare. Tutt’altro quindi, che un semplice accostarci all’altare per comunicare dell’ostia consacrata. Mangiare e bere la carne e il sangue del Signore significa condividere la sua stessa vita ed essere partecipe della sua stessa morte. E’ ciò che anche Paolo ricorda ai cristiani della comunità di Corinto e oggi a ciascuno di noi:
«Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all'unico pane» (1Cor 10,16-17). Ecco perché, convinta di quello che è, la Chiesa esce per le strade delle nostre città portando tra le mani il Figlio di Dio, spogliato della sua Onnipotenza nell’ostia consacrata, mentre i potenti della terra fanno la gara tra le conquiste delle nazioni più piccole attraverso un’esibizioni disumana dei mezzi e degli strumenti tecnici sviluppati dall’intelligenza umana a scapito dei poveri, degli ultimi, dei bambini e del creato.
Come Chiesa, Corpo di Cristo, facciamo nostra l’esortazione del Poverello di Assisi, chiedendo allo Spirito Santo che apra gli occhi e le orecchie di ogni cuore umano al grande mistero della Fede:
«Tutta l’umanità trepidi, I ‘universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, si rende presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e degnazione stupenda!
O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane!
Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offre». (Lettera a tutto l’Ordine: FF 221)
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