Ho l'impressione che stiamo vivendo una fase storica nella quale avvertiamo un forte senso di paura. Siamo agli inizi dell'estate, e certamente si avverte una sensazione di insicurezza nelle persone che si mettono in viaggio, a motivo di tutto ciò che sentiamo succedere in giro per il mondo. Da un momento all'altro può scoppiare un conflitto armato anche nei paesi da sempre considerati “in pace”, così come da un momento all'altro il clima impazzito può provocare disastri ritrovandoci nel mezzo, e non è la cosa più simpatica di questo mondo. È vero che spesso scattano dei fenomeni che possiamo definire di “psicosi collettiva”; ma è altrettanto vero, anche alla luce di fatti di cronaca recenti, che non è così inusuale trovarsi davanti, all'improvviso, una persona che brandisce un coltello, oppure vedersi piombare addosso all'improvviso un'automobile su un marciapiede, se non addirittura la carrozza di un tram che deraglia inaspettatamente dalle proprie rotaie. Ad ogni modo, non si può vivere di paura facendo il gioco dei tanti “maestri del terrore”, che è proprio quello di creare un clima di insicurezza e di paura attraverso il quale possono dominare le nostre coscienze. Non si può vivere di paura perché la paura è l'esatta antitesi della vita e questo ce lo ricorda pure la Liturgia della Parola di oggi. Non ebbe paura il profeta Geremia - forse il più osteggiato dei profeti di Israele - il quale, calunniato e attaccato dai suoi stessi conterranei, non ha il timore di denunciare soprusi e ingiustizie, perché Dio è “al suo fianco come un prode valoroso”. Sì, d'accordo: Dio è un prode valoroso, ma molte volte ci chiediamo cosa fa Dio per dimostrarcelo. Dove si trova Dio ogni volta che accadono certi fatti, ogni volta che un innocente perde la vita? Dov'è Dio, mentre decine di ragazzini muoiono arsi vivi durante una festa di Capodanno? Che cosa avrebbe il coraggio di dire, oggi, Gesù, alla madre di Domenico di due anni che muore nel momento esatto in cui sta per ricevere un cuore nuovo, che in realtà era già morto? “Non abbiate paura”: è quello che Dio ha ancora il coraggio di dirci. “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima”: l'anima non è uno spirito che vola fuori dal corpo al momento della morte, ma è la vita che nonostante tutto va avanti senza lasciarsi intimorire, perché la vita, quella vera, nessuno la può vincere; perché anche se un corpo viene martoriato e ucciso, nessuno uccide la sua anima e la sua voglia di eternità.

Nel brano di Vangelo di Matteo che oggi abbiamo proclamato, Gesù dice chiaramente che nessun uccello, nel tentativo di lasciare il nido per volare in piena autonomia, cade dal nido senza che Dio lo voglia. Dio è presente in ogni istante della nostra vita: e anche se sa già in anticipo che il nostro destino è fatto di continue sofferenze, tuttavia ci continua a chiedere di non avere paura, perché la paura è nemica di Dio, e Dio è nemico della paura. Anzi, ancor di più: ci chiede di vivere fino in fondo la nostra esistenza, anche a costo di correre il rischio di cadere; ci chiede di lanciarci fuori dal nido della paura e di volare, perché comunque, anche se cadiamo, lui è lì. Ci chiede di non smettere mai di volare, di osare, di puntare a salire in alto: perché anche se cadiamo, lui è qui. Non rinunciamo a volare, non rinunciamo a lanciarci fuori dal nido, non rinunciamo a vivere solo perché abbiamo paura di cadere: si è rialzato pure lui per ben tre volte sulla via del Calvario, sotto il peso della croce. Non rinunciamo mai a volare: anche qualora perdessimo la vita, abbiamo perlomeno osato viverla. Perché perdere la vita senza viverla, rimanendo chiusi nella sicurezza del nostro nido, è molto più facile di quello che pensiamo: e soprattutto, quando usciamo dal nido, anche se cadiamo, siamo certi che Dio c'è sempre e comunque.

                                                                                                                           don Franco Bartolino

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