La Liturgia di questa V Domenica di Quaresima si apre per noi con una luce particolare: la luce della speranza."Ecco, io faccio una cosa nuova... aprirò anche una strada nel deserto, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche..." (Is 43,16-21). Ma quello che annuncia Isaia non è utopico, o lontano da noi...
Ecco la cosa nuova: un uomo dal cuore indurito dal zelo farisaico come Paolo di Tarso, diventerà un torrente di pace e di salvezza (Fil 3,8-14); una donna che non vedeva altra uscita se non la vergogna e la morte, si alzerà piena di libertà assumendo la propria dignità di figlia amata e perdonata, perdonata perché molto amata (Gv 8,1-11). "Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra..."
È cosa nuova il rovesciamento delle sorti: vedere gli anziani del popolo, padroni e signori delle coscienze, uscire uno ad uno condannati dalla propria ipocrisia e lasciare a terra la donna accusata, chissà, vittima anche della loro falsità. E in mezzo a tutto ciò Lui, il Signore, che non è venuto a condannare ma a salvare.
In Lui, ogni persona, al di là della propria condizione, incontra la pace e il perdono che la rende capace di iniziare un nuovo cammino, una nuova tappa, un nuovo tempo... È Lui il vero tesoro, per il quale vale la pena lasciare tutto, perché Si, tutto senza di Lui è spazzatura (Fil 3,8). Verso di Lui camminiamo, sicuri di raggiungere la meta: "guadagnare Cristo ed essere trovato in Lui", realizzare in noi, in questo tempo, in questa parte della Storia, la volontà del Padre. La meta di realizzare la nostra santificazione, l'inizio del mondo nuovo, della nuova creazione: Il Regno di Dio, dove "il popolo che Dio ha plasmato per sé celebrerà la Sua lode".
Questa realtà non la guardiamo da lontano. Ogni Eucaristia - celebrata, partecipata e poi condivisa - è già e sempre Buona notizia, novità di vita per chi la vive con fede e buona coscienza, con i piedi a terra a passi fermi, con gli occhi fissi lassù, in Cristo Gesù.
La parabola del Padre misericordioso, è stata definita “il cuore del Vangelo" e il suo obiettivo è di far cambiare idea su Dio diverso da quello in cui abbiamo sempre creduto.
Un padre aveva due figli. Se ne va, un giorno, il più giovane, ma pretende l'eredità, come se il padre fosse già morto per lui infatti non doveva avere una grande considerazione del padre. E così, il padre divide tra i due figli l'eredità e lascia partire il figlio minore. Il fratello maggiore, invece, continua la sua vita tutta casa e lavoro. Anche lui non doveva avere una bella opinione del padre infatti lo considerava un padre padrone al quale si doveva ubbidire e sottomettersi per dovere.
È la parabola del non detto, dove all'inizio nessuno parla; infatti per metà parabola nessuno dice nulla, eccetto la frase iniziale del minore.
La parabola cambia verso quando i personaggi iniziano a parlarsi. Entrambi hanno una pessima idea del padre. Il primo figlio pensa che la vita sia puro divertimento ma comprende a sue spese che non è così. Allora «ritornò in sé», prima era “fuori di sé” e decide di tornare.
Il figlio comincia a pronunciare la confessione che aveva preparato, ma non riesce a portarla a termine. Il padre non si preoccupa se il figlio si sia pentito, non lo lascia parlare, lo abbraccia stretto, gli impedisce gesti penitenziali ed espiatori e così gli dona il suo perdono gratuito.
Per Dio smarrire anche un solo figlio è una perdita infinita; Egli è un padre che non rinfaccia, ma abbraccia; non sa che farsene delle nostre scuse, perché il suo sguardo non vede il peccato del figlio, guarda oltre. Nessun rimprovero, nessun rimpianto, nessun rimorso: è tempo di festa! Dio non è giusto, è di più: è esclusivamente amore, è misericordia: c'è da impallidire davanti a un Dio così.
Mentre Gesù era in viaggio verso Gerusalemme, alcune persone riportarono alla luce due eventi drammatici. Il primo episodio era avvenuto durante la celebrazione della Pasqua e Pilato, per prevenire qualche tumulto, ordinò un'esecuzione esemplare compiuta durante il sacrificio al tempio. Il secondo fatto di cronaca riguarda la caduta di una torre situata nella zona di Siloe, che aveva provocato diciotto morti. Gesù approfitta di queste notizie drammatiche utilizzandole a servizio del suo annuncio.
Il Maestro legge questi eventi drammatici di cronaca come un invito alla conversione: «Se non vi convertite». Gesù però sembra ritrattare quello che ha appena detto: «Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo». Allora Dio punisce? Assolutamente no! Ricorda solo che tutto ciò che facciamo ha delle conseguenze. Non è una condanna, è una conseguenza perché la vita è nelle nostre mani e nelle nostre scelte.
La parabola del fico completa ciò che Gesù sta dicendo. Se la nostra vita cristiana ci sembra irrimediabilmente arida, se dopo tutti i buoni propositi non è ancora cambiato nulla, non lasciamoci prendere dallo sconforto, guardiamo al fico della parabola: sono tre anni che non produce nulla, ma il contadino chiede ancora tempo al padrone. Ancora un anno, ancora sole, pioggia. E poi? Forse ripeterà lo stesso discorso l'anno prossimo, poi il prossimo anno ancora, e così via... semplicemente perché siamo preziosi ai suoi occhi. È in quel “forse” il miracolo della misericordia e a Dio è sufficiente per sperare. Ecco la giustizia di Dio, che è sempre misericordia, pazienza e attesa.
Dopo i primi dieci giorni del cammino quaresimale, la liturgia ci invita a mettere a fuoco il motivo per rimanere coraggiosamente nel deserto della vita, dove si può affrontare il buon combattimento della fede, per rimanere «saldi nel Signore».
Il vangelo lo rivela ricordandoci quando il Signore Gesù decide di salire su un «monte», per dedicarsi a una preghiera più raccolta e intensa. Prende con sé solo alcuni dei discepoli, «Pietro, Giovanni e Giacomo».
In questo spostamento geografico, possiamo cogliere un richiamo indispensabile per portare avanti la nostra conversione. La preghiera ha bisogno di compiersi nel silenzio e in un luogo appartato. Restare in solitudine non è tuttavia esperienza facile. La nostra società, che pone tutto sulla bilancia dell’efficacia e del tornaconto, non offre molti aiuti a coltivare spazi di silenzio e di riflessione. Eppure, il vangelo racconta che, solo nella solitudine della preghiera, si può manifestare qualcosa di veramente unico e speciale. E’ notte e i discepoli, seppur «oppressi dal sonno», si svegliano e vedono «la sua gloria», al punto da esclamare, per bocca di Pietro: «Maestro, è bello per noi essere qui». La «gloria», nel linguaggio biblico, è il peso specifico di una certa realtà, il suo spessore di verità. Noi tutti, a causa del «peccato», siamo «privi della gloria di Dio», afferma san Paolo. Ci manca la percezione della rilevanza di Dio, l’intuizione della sua verità e della sua bellezza.
I discepoli, sul monte, si trovano di fronte alla manifestazione improvvisa di questa gloria, che cambia il volto di Gesù e fa diventare i suoi abiti luminosi come il sole. Se la Quaresima non può cominciare senza la nostra disponibilità a metterci in discussione, è altrettanto vero che non può continuare senza l’intuizione di quanto la bellezza di Dio sia tutto ciò che il nostro cuore assetato sta disperatamente cercando.
Il cammino attraverso cui Abram giunge a credere alla bellezza delle promesse di Dio ci ricorda come l’accesso all’intimità con Dio non possa che avvenire quando è calato il sole sulle nostre aspettative umane, con cui siamo soliti misurare e gustare la realtà.
Dopo aver annunciato al suo servo una discendenza numerosa come le stelle del cielo, il Signore Dio sembra quasi mettere alla prova la sua fiducia, sfidandolo sul bisogno di dominare l’orizzonte futuro. Il santo patriarca non esita a domandare: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?».
Per incontrare la bellezza dell’amore di Dio, anche noi dobbiamo lasciare che la nostra offerta rimanga a sua disposizione fino al completo tramonto del sole.
Solo così possiamo abituarci a credere che, dentro quello che sembra ormai votato alla morte, si nasconda il germe di una possibile risurrezione: nel cuore delle tenebre l’amore di Dio si rivela in tutta la sua bellezza e luminosità.
La nostra vita su questa terra è un combattimento continuo. Sappiamo che abbiamo un nemico sempre presente, ora dentro di noi, ora intorno a noi…Si insinua per farci diffidare di Dio, per non fidarci della Sua volontà, per non scommettere sulla Sua fedeltà. Ecco perché è importante per noi fare sempre memoria dei benefici del Signore, come il popolo di Israele (Dt 26,4-10). La prima lettura ci parla di raccontarci, di tramandare non un avvenimento del passato, ma l’esperienza tuttora presente di un Dio che non guarda da lontano, ma scende, si mischia con il suo popolo, per salvarlo: « Il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso».
È interessante questo atteggiamento perché, mentre il nemico minaccia la nostra fede e fedeltà a Dio attraverso le contrarietà e le tentazioni della vita, usando addirittura la parola di Dio per prenderci nella sua trappola, noi, facendo memoria della Presenza di Dio tra noi rinfacciamo al nemico il grande amore di Dio, la sua infinita misercordia.
Ecco perché non abbiamo paura di insistere sulla presenza costruttiva del Regno di Dio in mezzo a noi e destinato a tutti i popoli; non desistiamo di confessare quel sogno della fraternità universale fondata sul riconoscimento dei diritti della dignità dell’essere umano chiunque esso sia (Rm 10,8-13).
L’esperienza cristiana, che guarda l’uomo nella sua essenza, come figlio di Dio e non come valore economico, sa che vale molto di più un deserto in compagnia dello Spirito Santo, che un campo immenso, prodotto dall’inganno, dalla bugia, dalla sete del potere: «Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo» (Lc 4,1-13).
Testimone della logica del vangelo sappiamo che i potenti di questo mondo hanno bisogno di sudditi; avidi di se stessi e delle propri conquiste, diventando prepotenti , calpestano il sangue degli innocenti, creando servi e servitù.
Ecco perché seguiamo Gesù, il Servo sofferente, guidato dallo Spirito per lasciare a noi la strada della libertà, l’unica che ci può portare alla casa del Padre, l’unica che ci fa sentire tutti fratelli, perché tutti figli: “Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: ‘Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”.
Andiamo dunque dietro a Gesù (Lc 4,1-13), combattiamo il male con la forza del Vangelo, ascoltato, meditato ogni giorno, per tutti i giorni della nostra vita. Affidiamoci allo Spirito Santo, che ci accompagna nella costruzione del Regno nel quotidiano della nostra esistenza, per arrivare alla fine, come persone libere, degne del nome cristiano, fedeli all’Amore, l’unico capace di generare e difendere la vita dovunque ci incontriamo.