La domanda posta a Giovanni Battista da parte di quanti si fanno veramente interpellare dalla sua predicazione è quella che la Liturgia di quest’oggi ci chiede di fare nostra: ”Che dobbiamo fare”?  Con questo interrogativo così concreto il nostro cammino di Avvento fa un passo non solo necessario ma anche essenziale, per far sì che l’attesa del Signore coincida con il concreto fargli posto nella nostra esistenza quotidiana e nelle nostre ordinarie relazioni.

 Nel testo di Luca la domanda ritorna per ben tre volte: viene posta dalle «folle»; viene ripetuta da un gruppo di «pubblicani» e persino da alcuni «soldati». Mentre queste categorie prendono forma sotto i nostri occhi di ascoltatori, si fa spazio uno scenario così ampio e così inclusivo da creare un posto anche per noi, da fare spazio anche alla domanda che sorge dal nostro cuore: «Cosa dobbiamo fare?».

 È questo il primo passo per chiederci chi vogliamo essere, cercando di dare un orientamento sempre più chiaro al nostro modo di agire. L’unico modo per attendere il Signore e preparare fattivamente la sua strada è quello di condividere la propria vita - a partire dai suoi aspetti più pratici e materiali - per giungere a una comunione di cammino, di desideri, di aneliti.

Credere è agire e l’agire caratterizza la fede, la fa crescere e le dà il suo volto più autentico. Le risposte di Giovanni sono semplici e rimandano a ciò che non fa rumore e che si confonde in modo del tutto naturale e silenzioso con le pieghe della storia di tutti e di sempre

E ancora: «Non maltrattate… accontentatevi». Sembra di essere nella stessa situazione del giovane ricco a cui il Signore Gesù risponde con lo stesso tono, fino a metterlo in difficoltà. Eppure nessuna strada si potrà aprire per l’avvento del Regno di Dio nella storia, se non cominciamo ad appianare la soglia della nostra casa perché sia dolce e invitante, aperta e semplice.
 L’apostolo Paolo riprende l’atteggiamento di Giovanni con una parola che dà il sapore proprio a questa domenica: “siate sempre lieti nel Signore…”. La serenità raccomandata dall’apost olo Paolo non è l’indifferenza superficiale degli ingenui, è un atto di fede. Se viviamo nella fiducia in Dio, le nostre preoccupazioni, le nostre prove non si cancelleranno magicamente, ma potremo attingere nella nostra comunione con Dio la forza necessaria per fare ciò che è buono e vivere ciò che è giusto.

 La domanda con cui san Bernardo scuoteva i suoi monaci tocca anche noi: «Come pensi di dare un posto in te al Signore che viene?». E la risposta ci riguarda: «E’ la larghezza d’animo, l’amore a fare posto al Signore». Il Signore che viene ricrea il mondo riprendendo e radicalizzando i gesti della creazione, che sono un atto continuo di separazione che permette di dare identità e creare relazione, rinnovando ogni cosa «con il suo amore».

Per ognuno di noi si rinnova la sfida di passare dalla questione di «chi sono» a quella di «cosa posso fare» per imparare a essere. Il Signore è vicino con le sue promesse: sapremo noi avvicinarci a Lui con le nostre scelte?

Come Giovanni anche noi siamo una voce, un riflesso; anche noi "precursori" di Colui che viene. Egli vuole raggiungere ogni uomo attraverso la nostra vita, vuole seguire le tracce e vuole cogliere le occasioni che noi siamo disposti ad offrirgli. Lasciamoci sedurre da Lui, restandogli accanto, uscendo allo scoperto e permettendo alla luce di avvolgerci e di entrare fin nelle fibre più nascoste del nostro cuore. Allora tutto parlerà in noi e Gesù ne sarà felice. Ce ne accorgeremo perché saremo felici anche noi.

                                                                                                         sr Annafranca Romano

Siamo in cammino, seguendo la strada che ci conduce a Betlemme. Camminiamo, non a testa bassa, anzi, con il diadema di gloria sul capo. Camminiamo  a passi fermi, sguardi alti, con abiti di festa: «rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre». In questo “per sempre”, sta la ragione della nostra gioia e del nostro canto: Dio è per sempre, ha deciso Lui di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno per manifestare  il Suo splendore in Cristo Gesù ad ogni creatura sotto il cielo (cfr. Bar 5,1-9).

Da allora, misericordia e giustizia hanno un volto e l’ho troviamo così simile a noi, al punto di non riconoscerlo, corriamo anche il rischio di non accoglierlo, confondendolo con un viandante, un peregrino, un marginale della strada...Ecco perché il Battista ritorna nella liturgia di oggi per ricordarci il cammino della conversione: «Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati»(Lc 3,1).

Se il profeta Baruc ha detto che Dio stesso ha deciso di spianare ogni alta montagna e colmare le valli, adesso tocca a noi: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! » Quasi a dirci che Dio ha fretta, corre veloce per venire al nostro incontro, vuole compiere in noi la Sua giustizia, offrendo ad ogni uomo la grazia di vedere con i propri occhi la Sua salvezza (cfr. Lc 3,1-6).

 Paolo ci ricorda appunto che la salvezza di Dio in noi è sempre “in atto”: «Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest'opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù»(cfr. Fil 1,4-6.8-11). Quindi è sempre Dio il grande protagonista di quest’opera, ma conta anche sulla nostra cooperazione, perché il giorno di Cristo Gesù non accada improvviso su noi e i nostri fratelli e sorelle. Ecco perché ci impegna nel vissuto del Vangelo, ormai speriamo di avere capito una vola per tutte che “nessuno si salva da solo”.

Un cristiano può dirsi cristiano proprio perché ha conosciuto il Volto della Carità, della Pace e della Giustizia. Chiediamo  ora, che veramente niente in noi sia di ostacolo al Vangelo di Gesù; chiediamo che la nostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, virtú e atteggiamenti tanto necessari nei giorni attuali.

Che il Signore ci conceda la gioia di vederlo più conosciuto e più amato:  ecco il frutto della giustizia, gemma preziosa di ogni credente innamorato di Dio, appassionato dell’umano, araldo della speranza!

                                                                                                suor Maria Aparecida

L’evangelista Luca in questa Prima domenica di Avvento, offre l'ultimo insegnamento di Gesù prima del racconto della Passione. Gesù, nel tempio, si rivolge a tutto il popolo e dice: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia...». Gesù cita il profeta Gioele, per descrivere l'arrivo del giorno del Signore. Sembra la fine del mondo invece è l'inizio di un nuovo mondo. Dobbiamo contestualizzare il versetto.

La comunità ecclesiale di Luca era in difficoltà: l'impero romano attraversava una crisi profonda e sembrava si stesse dissolvendo. La situazione era molto simile a quella che stiamo vivendo oggi: un'epoca di profondi cambiamenti, di fine impero. Il linguaggio è quello in uso all'epoca di Gesù, fatto d'immagini da interpretare correttamente, non da prendere però alla lettera.  A leggerlo bene è un messaggio di speranza che non spaventa ma, anzi, rassicura: tutte le strutture di potere prima o poi crollano ma la fede cristiana è protetta dal suo Signore.

Gesù invita a fare attenzione e dice: «State attenti a voi stessi». Letteralmente si traduce “guardate voi stessi”. La vita è l'occasione che c'è data per “guardare” dentro noi stessi e scorgervi le tracce di Dio. Egli continua a passeggiare per le nostre strade, ma non come crediamo o pensiamo noi, perché Dio non è mai come lo aspettiamo, «perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 56,8).

Ed infine Gesù esorta con queste parole: «Vegliate in ogni momento pregando». La grande tentazione è di addormentarsi, magari guardando al passato, dimenticando che il Signore c'incontra nel momento presente: vigilare è non perdersi un solo frammento di vita perché prezioso e irripetibile. Mi piace pensare che la storia sia colma di due attese: quella dell'uomo che attende il ritorno del Signore e quella di Dio che attende il ritorno dell'uomo. L'attesa dell'uomo però è scandita dal “kronos”, lo scorrere delle ore. Noi però possiamo trasformare questo tempo in “kairos”, colmandolo di noi stessi, della nostra consapevolezza di esistere, di amare, di operare, di sperare. Il Signore viene, ancora, per noi. Dio non si è ancora stancato dell'uomo e allora lasciamoci sorprendere dalla Sua fantasia.

                                                                                                            don Franco Bartolino

È la festa liturgica di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo, un titolo che forse può sembrare anacronistico eppure, se ci pensiamo, è il motivo per cui hanno ucciso Gesù, infatti c'era scritto sulla croce!

Parafrasando una pubblicità di qualche tempo fa, possiamo dire che “il nostro Re è differente”. È un Re talmente potente da lavare i piedi ai suoi discepoli e dare un boccone a chi lo stava per consegnare nelle mani dei suoi assassini. Facciamo fatica a seguire un Dio che rivela la sua regalità nell'amore, nel servire e non nella pretesa d'essere servito. Facciamo fatica, in fondo, perché l'idea di un Dio onnipotente, che amministra in maniera autoritaria la sua giustizia, è una distorsione mentale che continuiamo a portarci dentro mentre il nostro Dio è onnipotente solo nell'amore! Insomma il nostro Re non pretende nulla ma semplicemente mi ama di un amore folle perché lui è il Re dei perdenti, dei malati, degli ultimi, dei sofferenti. Il nostro Re è differente dagli altri re perché sa che l'amore o va fino all'estremo o non è amore.

«Dunque, tu sei re?» chiede Pilato a Gesù. Si caro Pilato, Lui è Re ma di un altro mondo. Il suo regno cambierà questo mondo. È uno strano Re Gesù che ha varcato solo una volta la soglia di una reggia ma per essere condannato a morte. I Re promulgano tante leggi, lui una sola: amatevi. Da qui però derivano due conseguenze. La prima è che se Gesù di Nazareth è davvero il nostro Re, lo dimostreremo una volta usciti dalle nostre chiese, donando un sorriso a chi incontreremo, stando vicino un malato, attento a chi ha bisogno in famiglia, a casa, a lavoro, a scuola, al mercato.

La seconda conseguenza è che se Gesù di Nazareth è il nostro Re allora noi siamo figli di un Re! Allora non siamo dei poveri sudditi che dobbiamo obbedire facendo penitenze e sacrifici per attrarre la sua benevolenza. Noi siamo la perla preziosa che è venuta a cercare. Siamo amati alla follia, perché siamo suoi figli. Se siamo figli del Re allora il potere, tra noi, sarà sempre e solo servizio e lo stile sarà sempre e solo all'insegna dell'amore. Se siamo figli del Re allora sappiamo che la storia finirà bene, finirà tra le braccia di Dio.

Fissiamo lo sguardo sulla croce, lasciamo spazio allo stupore e chiediamoci: davvero lo vogliamo un Dio così?

                                                                                                                       don Franco Bartolino

L’anno liturgico volge ormai al termine e questa tappa importante per noi credenti in Cristo ci serve da una parte per riflettere sulla fugacità e sull’importanza del tempo, da vivere come dono di Dio, e dall’altra sul nostro destino eterno. È significativo che in coincidenza degli sconvolgimenti terrestri ci sia annunciata la seconda venuta del Signore Gesù che radunerà le genti da ogni parte. Ciò ci deve convincere che i progetti e le opere di Dio hanno sempre e soltanto una finalità di salvezza per le sue creature. Egli non vuole spaventarci, preannunciandoci catastrofi e sconvolgimenti naturali; vuole piuttosto renderci attenti e vigilanti.

      Con un linguaggio dai toni accesi, per molti versi tipico della letteratura “apocalittica”, il Signore ci raggiunge per esortarci a quella vigilanza che, in modo più prolungato, sarà oggetto di meditazione nelle liturgie di Avvento. Non c’è qui la premura di incutere paura negli ascoltatori di ieri e di oggi, quanto la volontà di annunciare la manifestazione della signoria di Dio su tutta la creazione.

Per custodire la fiducia, Gesù ci invita a nutrirci della sua Parola, l’unica realtà che egli stesso definisce capace di reggere la sfida del tempo, di un’attesa che può divenire inquieta. Dio parla: si rende presente e ci fa udire la sua voce. I discepoli di Gesù non devono dunque chiedere “quando?”, ma devono piuttosto chiedersi se loro stessi saranno pronti ad accogliere quell’evento come salvezza, se saranno capaci di gioire davanti alla venuta del Figlio dell’uomo, se avranno saputo sperare con perseveranza in quell’ora: un’ora che è un segreto, perché neanche l’uomo Gesù la conosceva, e neppure gli angeli, ma solo il Padre.

Per questo i credenti dovranno imparare ad osservare la storia con spirito di discernimento, leggendo i “segni dei tempi”. La venuta del Figlio dell’uomo sarà come l’estate che i contadini sanno prevedere, guardando soprattutto la pianta di fico; così, se il credente saprà leggere la storia, aderendo alla realtà quotidiana della vita umana e ascoltando la Parola di Dio che sempre risuona nel suo “oggi”, allora sarà pronto per l’ora della venuta misericordiosa del Signore. Si tratta di vegliare, di restare vigilanti e desti.

Nello sconvolgimento della storia c’è una presenza di Dio tutta particolare che la orienta a una conclusione positiva, che supererà il male e potenzierà all’infinito il bene. Se gli ultimi tempi sono l’incontro della storia umana con Dio, non bisogna dimenticare che il Dio di questo incontro è quello che si è rivelato nella morte e resurrezione di Gesù. L’attesa della Parusia non è altro che l’attesa del Risorto e l’incontro con Lui sarà giorno di salvezza per tutti gli eletti dispersi che saranno radunati da ogni angolo della terra.          

  In questa domenica, con tutta la Chiesa siamo chiamati a metterci in ascolto della voce dei più poveri: sono anch’essi segno della presenza del Signore, il quale chiede alla sua Chiesa di divenire voce di chi non ha voce, di portare la parola di chi non è ascoltato da nessuno: viviamo insieme la “Giornata mondiale dei poveri” e diveniamo strumenti di misericordia nel nostro quotidiano, accogliendo, comprendendo ed amando tutti coloro che incontriamo lungo il nostro cammino.

                                                                                                            suor Annafranca Romano