Noi cristiani crediamo nel Dio Creatore, che nell’esplosione del Suo Amore ha dato forma a tutte le cose e si è specchiato nell’Umanità. L’Umanità non l’ha riconosciuto come Unico Dio; Dio ha chiamato il Popolo di Israele caricandolo di cura particolare in modo da essere “segno” della predilezione dell’Amore che salva e perdona. Ma il popolo di Israele, come gli altri popoli ha sprecato le cure amorose di Dio: “Che cosa dovevo ancora fare alla mia vigna che io non l’abbia fatto?”... “Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi” (Is 5,4.7). È stato sprecato l’Amore di Dio?
No, assolutamente no, perchè l’Amore non si stanca mai! Anzi, dinanzi all’indifferenza e alla disobbedienza, l’Amore va all’ultima conseguenza fino a perdersi. Ad ogni negazione, ad ogni sete di ingiustizia, di violenza... l’Amore di Dio si intensifica di più donando una volta per sempre il Suo Figlio. Egli dona tutto Se stesso, lasciandosi prendere dalle mani sporche di sangue degli uomini malvagi, presenti nel corso di tutta la Storia dell’Umanità (Mt 21,33-43).
Sono passati più di duemila anni... è stato sprecato l’amore di Gesù? Assolutamente no! Perché l’amore vince sempre, come afferma e testimonia Paolo (Fil 4,6-9) e tutte le schiere di testimoni nel corso di questi due millenni. L’Amore vince sempre e nel migliore dei modi possibili. Vince con il silenzio, con la pace inquieta e operosa, con la giustizia a prezzo di sangue donato, non rubato; con le preghiere, suppliche e ringraziamento non solo per chi crede, ma anche, e soprattutto per chi non crede. L’Amore o salva tutti o non salva nessuno. E nel rispetto di ogni scelta e di ogni libertà, l’Amore attende perché è l’Unico che rimane alla fine del cammino!
Io credo all’Amore di Dio. Credi pure tu? ...Allora non risparmiamo quest’amore versato nei nostri cuori, perché come un torrente, non può essere contenuto e non torna mai indietro.
Nel Vangelo di oggi (Mt 21,28-32), ventiseiesima domenica del tempo ordinario, Gesù ci racconta una parabola che parla di due figli che di fronte alla volontà del Padre rispondono in modo differente.
Il primo esprime rispetto e apparentemente ascolta le parole del padre, ma non ha intenzione di attuarle. Il secondo sembra essere più sincero; comunica al padre di non condividere la sua volontà, ma pentitosi (v.30) della risposta, obbedisce.
Due diversi modi di reagire, due diverse risposte: un sì detto con il cuore eun sì detto solo a parole. In questi due figli possiamo esserci tutti noi con tutte le nostre risposte alla vita e a Dio.
Ci sono i tanti sì detti con superficialità, per fare “bella figura” e poi sconfessati dalla realtà. e poi ci sono quei sì, detti con il cuore, detti forse con sofferenza, detti pensandoci un po’ ma che poi ci hanno dato vita.
La decisione di fare la volontà del padre, viene presa dal secondo figlio con un pentimento che Gesù sottolinea chiedendo poi ai presenti secondo loro chi dei due ha fatto realmente la volontà del Padre?
In questo brano sembra che la parola chiave possa essere pentimento, un pentimento che deve nascere nel cuore e che porta alla fede. Gesù ci invita a non coltivare la presunzione di ritenerci giusti, né tantomeno di avere una dipendenza ossessiva alla legge che può portarci a ritenersi migliori degli altri, ma avere la consapevolezza di essere peccatori ci mette sulla via della conversione.
L’unico che ci può rendere giusti e santi è solo Dio.
Chiediamo al Signore Gesù, l’unico che è veramente Figlio, di insegnarci a compiere con amore la volontà del Padre, di saper aderire incondizionatamente ai suoi inviti senza opporre i nostri calcoli e senza ritornare sui nostri passi. Chiediamogli il dono della conversione per ritrovare il senso del nostro andare e camminare sulle vie che Lui ha preparato per noi.
Il Vangelo di questa domenica, presenta una parabola sul tema della giustizia di Dio, sottintendendo che dovrebbe essere il modello anche per noi. Ne è illuminante premessa la prima lettura di Isaia, in cui parlando a nome del Signore il profeta dichiara: "I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie".
È la parabola degli operai chiamati a lavorare nella vigna. Con i primi, ingaggiati all'alba, il padrone concorda la paga di un denaro per il lavoro della giornata; ne chiama poi altri nelle ore successive, sino alle cinque del pomeriggio, impegnandosi a dare loro il giusto compenso. Finita la giornata, dà ordine al fattore di dare a tutti la paga, cominciando dagli ultimi. Tutti ricevono un denaro, e i primi si lamentano: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo!"
Il padrone allora spiega a uno di loro: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Se voglio dare altrettanto agli altri, non posso disporre del mio come voglio? Sei forse invidioso perché io sono buono?” Nel padrone della parabola è facile riconoscere Dio, e negli operai ognuno di noi, chiamati a "lavorare" per lui, a vivere in sintonia con lui.
A quanti, allora come oggi che trovano ingiusto tale comportamento, con la parabola Gesù vuole far comprendere che quella della giustizia non è la regola più alta della vita. Il padrone della vigna non viola la giustizia: dà ai primi quanto pattuito; ma la supera, con l’amore.
La Liturgia odierna mette in luce un aspetto fondamentale della carità cristiana: il perdono. Gesù, conoscendo quanto sia difficile alla natura umana metterlo in pratica, propone l'esempio di Dio Padre, che perdona sempre e con generosità il peccatore che si pente.
Gli ebrei dell'Antico Testamento già conoscevano il dovere del perdono. Nella prima lettura è riportato uno dei testi più significativi in cui viene indicata al popolo la necessità di perdonare i propri fratelli come condizione per poter ricevere il perdono di Dio: «Perdona l'offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Se qualcuno conserva la collera verso un altro uomo, come oserà chiedere la guarigione al Signore?» (Sir 28,2-3).
Ciò che non era chiaro ai Giudei era la misura del perdono: quante volte bisognava perdonare al prossimo? Su questa base possiamo comprendere la domanda di Pietro a Gesù. L'Apostolo propone di perdonare un numero di volte che gli sembra enorme: fino a sette volte. La risposta di Gesù, invece, va oltre ogni limite e misura: bisogna perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22), ossia sempre.
Per rendere più comprensibile il suo insegnamento, Gesù lo illustra con la parabola dei due debitori. Un servo era debitore verso il suo padrone di una somma ingente. Non avendo come pagare il debito, supplica il padrone di aver pazienza, di dargli tempo, pur sapendo che la vita intera non sarebbe bastata per risarcirlo. Il padrone, mosso a compassione, non si limita a concedere una proroga al pagamento, ma glielo condona totalmente. La lezione è chiara: se Dio non interviene a perdonarci, da soli non riusciremo mai a pagare i nostri debiti e a conquistare la salvezza eterna.
La parabola racconta, inoltre, che all'uscita il servo trova un collega che gli doveva dare solo una piccola somma. Dimenticando la grazia ricevuta dal padrone, lo afferra per la gola e gli dice: «Paga quel che devi!».
E, nonostante questi lo supplicasse di avere pazienza, «non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere,fino a che non avesse pagato il debito» (ivi, 30). L'incredibile durezza di cuore del servo che, per un’esigua somma di denaro, fa gettare in prigione un suo collega, fa intuire una verità profonda: l'uomo non sa perdonare i piccoli torti ricevuti dal suo simile e dimentica facilmente i grandi debiti che Dio gli ha condonato.
La lezione fondamentale della parabola la troviamo nelle parole proferite dal padrone al servo malvagio: «Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?».
La motivazione profonda per cui dobbiamo perdonare il prossimo è che Dio ha perdonato a noi, tenendo presente che il suo perdono non conosce condizioni, non si ferma davanti a nessun peccato e non esclude nessun peccatore. Anche il nostro perdono deve estendersi a tutti, perfino ai nemici e a coloro che ci odiano. Dobbiamo perdonare, imitando Gesù che, mentre sulla croce soffre il martirio dell'umana ingratitudine, si rivolge al Padre e lo supplica di concedere il perdono ai suoi crocifissori, perché non sanno quello che fanno.
Il senso della parabola è che Dio perdona gratuitamente il peccato a chi glielo chiede, dimostrando una benevolenza assolutamente disinteressata. L’uomo deve imparare a perdonare i propri fratelli perché per primo ha fruito del perdono di Dio.
Non c’è relazione umana, per piccola che sia, che non possa trovare un miglioramento attraverso la riconciliazione e il perdono. La spirale della violenza invoca l’amore cristiano.
Il sottofondo di comprensione della parabola è la fede, la coscienza dell’alleanza con Dio e ci viene rivelata proprio nel perdono del peccato, nella capacità di vivere in comunione con Lui.
Trasformaci, Signore, in canali sempre aperti, che ricevono e donano; rendici come fontane, capaci di lasciar prendere a coloro che chiedono. Che l’amore ricevuto ci renda capaci di amare. Che la misericordia ricevuta ci renda capaci di misericordia. Che la salvezza ricevuta ci renda uomini e donne capaci di far gustare il perdono. Amen.
In pieno tempo di pandemia, la liturgia di questa domenica chiama tutti noi alla responsabilità di fronte alla vita personale e fraterna. Prendere coscienza che veramente tutto è collegato è compito di tutta una esistenza, a livello personale, comunitario e mondiale. Infatti il Signore, Dio della Storia, non ha fatto mai mancare al suo popolo, alla Chiesa e al mondo la sua voce, richiamando ogni essere umano al principio della comunione con Lui, da cui dipende anche la comunione con gli altri.
Di fronte al dono incommensurabile della vita propria e altrui, il profeta Ezechiele è la voce che non solo richiama alla corresponsabilità della correzione fraterna, ma indica anche il grande valore che questa ha in rapporto alla vita e alla vita futura nella sua dimensione escatologica: “... Se tu avrai ammonito l’empio della sua condotta, perchè si converta ed egli non si converte, egli morirà per la sua iniquità, tu invece sarai salvo” (Ez 33,9).
L’apostolo Paolo ci aiuta a ritrovare il posto che ognuno di noi occupa nella Storia dell’intera Umanità. Siamo tutti debitori dell’amore, perchè riguardo all’amore nessuno può sentirsi in grado di dire: “già ho amato sufficientemente, adesso basta!”... Se guardiamo intorno a noi, e con sincerità guardiamo dentro di noi, capiamo subito quanto veramente siamo debitori “perchè l’amore non fa nessun male al prossimo” (Rm 13,10).
E allora, ecco l’antidoto contro l’indifferenza - che è la malattia odierna- rispetto al quale il Coronavirus è una spada a doppio taglio. Da un lato ci obbliga a stare attenti alla vita altrui, dall’altro può anche generare quell’atteggiamento di “riguardarsi da tutti per non farsi del male”, chiudendosi ancora di più nell’individualismo. Come vivere allora da buon cristiani la grande prova che stiamo attraversando, per uscirne migliori e non peggiori?
Il Signore Gesù ci indica ancora una volta il cammino dell’uscita: “prendersi cura dell’altro” nel bene e nel male. L’altro è parte di me, siamo membri di un unico Corpo che è Chiesa: se è malato soffre e fa soffrire; il bene di uno è bene di tutti; il male di uno è male per tutti. Ecco il senso della corresponsabilità fraterna. E Gesù ci dona anche un cammino pedagogico da fare nel rispetto, nella discrezione e nella libertà.
Se esiste l’amore, è l’amore del singolo che lo fa andare verso il fratello per non perderlo; se esiste l’amore vicendevole, è l’amore fraterno che spinge ad incontrare il fratello in errore per non perderlo; se esiste l’amore comunitario e ecclesiale è tutta la comunità che corre a salvarlo, lasciandogli comunque piena libertà. Se questo fratello nell’errore non vuole convertirsi o ritornare, il Signore dona ancora due ali all’amore: considerarlo un pubblicano, come Matteo, che ha trovato in Gesù lo sguardo della misericordia; affidarlo alla preghiera incessante della Comunità perché “...se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perchè dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 19-20).
Ecco la speranza che riempie di gioia la nostra vita e le nostre comunità. Non lasciamo che nulla ci tolga questa speranza e non permettiamo di lasciarci vincere dal male o dallo scoraggiamento, anche le chiusure dei fratelli possono diventare porte spalancate, se le affidiamo a Dio con amore.