Il testo giovanneo che la liturgia di questo mattino di Pasqua offre alla nostra meditazione è un invito a guardare con profonda speranza al nostro futuro. Nel tempo della pandemia che ha sconvolto la nostra vita, la Parola di Dio infonde serenità al nostro cuore, certezza che, dopo il tempo del buio, sorgerà per tutti una nuova primavera che ci aiuterà a guardare ogni cosa con uno sguardo più limpido e grato.       

 “Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro….”.  

       Come tutti quelli che avevano assistito alla morte di Gesù, Maria di Magdala era tanto sicura di trovarlo nella tomba che credette che gli avessero cambiato posto quando non lo incontrò come sperava e tornò indietro con la tenebra nel cuore: il suo incontro con la tomba vuota non la condusse alla fede nella vita. Era tanto sicura della morte di Gesù che non poteva immaginare che fosse già risuscitato.

       Maria è figura di ogni discepolo che confonde la sua necessità di Gesù con la fede, la sua voglia di credere col fatto accaduto: l'amore che sentiva per Gesù morto non la condusse alla convinzione che era vivo. Accorsa al sepolcro di buon mattino, si trovò dinanzi un insolito scenario e presa dallo stupore e dalla paura, non riuscì a fare altro che ripercorrere la stessa strada, in fretta, per portarne l’annuncio ai discepoli, timorosi ed increduli.

 Anch’essi intrapresero il cammino verso il sepolcro con la convinzione che si trattasse di un abbaglio. Corsero, ansimando e confermarono quanto era stato loro riferito: il sepolcro era vuoto.

                Il racconto evangelico ci ricorda gli inizi della nostra fede cristiana: quello che è successo in quell'alba, vicino alla tomba vuota di Gesù, segna il principio della nostra esperienza. Lì accorse Maria e continuò a cercare il corpo di Gesù; lì si affrettò Pietro e rimase sorpreso di quanto vide; lì arrivò e credette, l'altro discepolo, quello che non dubitò mai dell'amore che Gesù aveva per lui.

             In questi tre discepoli possiamo vederci rispecchiati tutti noi, se vogliamo davvero celebrare la sua resurrezione ed arrivare alla convinzione che Gesù vive realmente.

                 Pietro non fu il primo ad arrivare alla tomba, ma fu il primo che entrò, si avvicinò al mistero e poté comprovare la verità di quello che era successo. Lo slancio e la fretta lo condussero alla tomba, ma non alla fede.

                 L'altro discepolo, che era arrivato per primo alla tomba ed aveva atteso Pietro, subito credette e seppe resistere alla sorpresa della tomba vuota senza fuggire, sapeva di essere amato da Gesù. Chi si sa amato da Gesù, sa che Egli è vivo: non ha dubbi sul suo amore. Chi si sa amato da Dio scopre ovunque le orme della sua presenza.
        Credere nella risurrezione di Gesù è scoprirsi amati da Dio, senza meriti propri. Non dovrebbe risultarci  difficile: basterebbe che lo lasciassimo parlare, riconoscendoci suoi discepoli in docile ascolto.

               La domenica di Pasqua, il primo giorno della settimana, dischiude un tempo completamente diverso, nel quale tutto ciò che è stato compiuto fino ad ora si rivela come novità. Il Signore è Risorto proprio per dirci che, di fronte a chi decide di "amare", non c'è morte che tenga, non c'è tomba che chiuda, non c'è macigno che non rotoli via, non c’è virus che non possa essere debellato…

 

     “Cristo, immagine radiosa del Padre, principe della pace, che riconcili Dio con l’uomo e l’uomo con Dio, donaci di cercarti con desiderio, di credere in Te nell’oscurità della fede, di aspettarti nell’ardente speranza, di amarti nella libertà e nella gioia del cuore.

              Fa’ che non ci lasciamo vincere dalla potenza delle tenebre, sedurre dallo scintillio di ciò che passa.

              Donaci il Tuo Spirito, che diventi Egli stesso in noi desiderio e fede, speranza e umile amore. Allora ti cercheremo nella notte, vigileremo per Te in ogni tempo e i giorni della nostra vita mortale diventeranno come splendida aurora, in cui tu verrai, stella chiara del mattino, per essere finalmente per noi il Sole che non conosce tramonto. Amen.    Alleluia!”     (Bruno Forte)

                                                                                                          sr Annafranca Romano

DIO MIO, DIO MIO PERCHE’ MI HAI ABBANDONATO?

Il racconto della Passione del Signore è il centro di tutti e quattro i Vangeli; essa rappresenta la vera novità dell’annuncio (kerigma) posta alla fine di una grande introduzione rappresentata da tutti i capitoli precedenti. Ogni evangelista darà una sfumatura diversa agli eventi, ma tutti e quattro saranno concordi nella narrazione dei fatti.

Matteo, nel proporci il racconto della passione del Signore, ci invita a scendere vicino a Lui, a camminare con lui e ad essere Cirenei nell’aiutarlo e nel condividere gli eventi più drammatici ma anche più significativi per tutti noi.
Il contesto in cui avviene il racconto è quello della cena. Gesù è a tavola con i suoi per celebrare la Pasqua ebraica, mentre fuori il popolo, la folla, i sommi sacerdoti, Giuda, sono già pronti a “consegnarlo”. Ormai hanno deciso in cuor loro, spinti da satana, a preparare un complotto contro Gesù, devono solo decidere come attuarlo. È importante riflettere su ognuno di questi personaggi, ma anche su quelli che si alterneranno successivamente nella lettura del testo; quante volte anche noi decidiamo di eliminare Gesù dalla nostra vita per essere magari più liberi e cerchiamo modi “giusti” per poterlo fare; quante volte anche noi, verso gli altri, siamo come Giuda o come i sommi sacerdoti, sempre pronti a tradire o condannare?
In tutto questo, Gesù è a tavola con i suoi e nel pane spezzato e nel sangue versato insegna loro, come a noi, il valore del dono di sé e del “martirio”, per noi testimonianza vera fino alla fine. Gesù non parla della sua morte, ma della forza dell’Amore che si esprime in quella del dono e infine, in quella del servizio. Gesù è in mezzo a noi come colui che serve, anche noi dobbiamo imparare a stare tra gli altri come coloro che servono e non come coloro che desiderano solo di essere serviti e riveriti! Per far questo però, abbiamo bisogno di riscoprire la virtù dell’umiltà, la capacità, cioè, di ritirarci per far spazio agli altri, per accoglierli nella nostra vita e per vivere con loro in atteggiamento di solidarietà, di apertura, di consegna.
Dopo la cena, Gesù si spinge fin nell’orto degli Ulivi per pregare, insieme ai discepoli. Ha bisogno di compagnia, sente forte in sé il dramma della solitudine, prende Giacomo Giovanni e Pietro con sé, ma il sonno li prende e il torpore li assale e così non sono capaci di dargli conforto e sollievo.

Gesù sarà arrestato e portato davanti a Caifa perché ritenuto sobillatore delle folle con il suo insegnamento, le sue parole, le sue opere e nell’indecisione sulle sorti da prendere, viene inviato da Pilato, che, insieme a sua moglie, lo trova innocente. Ma la folla acclama la liberazione di Barabba e alla fine sarà Gesù prenderà su di sé la croce. Lungo questo cammino, Gesù incontrerà diverse persone a cui continuerà a mostrare il suo sguardo di misericordia e nelle quali, ancora una volta, ognuno di noi potrà rispecchiarsi: il Cireneo che lo aiuterà lungo la via e le donne di Gerusalemme alle quali Gesù chiederà non compassione, ma conversione!
La morte in croce di Gesù, apre un tempo, seppur breve, di solitudine, di abbandono, ma questa non sarà l’ultima e definitiva parola… Ci sarà un evento nuovo, forte, gioioso: la resurrezione del Signore che farà di noi, uomini e donne, persone redente, salvate dal suo Amore!

Accompagniamo Gesù in questo suo tragitto e mentre camminiamo al suo fianco chiediamogli coraggio e forza per poter anche noi metterci alla sua sequela scegliendo di portare ogni giorno la nostra croce con Lui soprattutto in questo tempo così difficile per ognuno di noi. Chiediamogli di poterlo abitare con consapevolezza e di imparare a vivere con lui…come lui un’esistenza donata!
Suor Simona Farace

Credo che il Maestro non ne abbia a male, se pure noi, oggi, ci prendiamo la licenza di rimproverarlo come fecero le due sorelle di Betania, Marta e Maria: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Sì, perché questa è la sensazione che alberga nei nostri cuori, in questi giorni: la sensazione che Dio sia rimasto in silenzio, lontano, assente. Perché se fosse stato presente, come glielo abbiamo più volte chiesto, a volte in maniera intima e solitaria, a volte in forme più straordinarie ed eclatanti, forse avrebbe mostrato la sua presenza in maniera forte, evitandoci sofferenze che, peraltro, sembrano non finire mai.

“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello, qualunque nostro fratello, non sarebbe morto!”. Ma lui è morto, un'infinità di volte e se è morto, significa che tu non sei stato qui, altrimenti sarebbe ancora in vita.
“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”: e rimproveraci pure tu, se vuoi, dicci pure che non abbiamo abbastanza fede, che diciamo così solo perché adesso i nostri occhi sono ancora annebbiati dalle lacrime e quindi parliamo senza sapere quello che diciamo, che poi il tempo sistema tutto, che adesso dobbiamo guardare avanti. Dicci pure tutto quello che vuoi, ma “se tu fossi stato qui, Signore, mio fratello non sarebbe morto!”.
E per cortesia, evita quelle frasi di circostanza che lasciano il tempo che trovano e che hai pronunciato, in risposta, a Marta: “Tuo fratello risorgerà”. Marta è una come noi, concreta, immediata e molto pratica: “Lo so che risusciterà nell'ultimo giorno”. Ma adesso io ti ho chiesto altro: ti ho chiesto di esserci e tu non ci sei stato. E te l'abbiamo anche fatto sapere che il tuo amico era malato: e allora, perché non ti sei fatto subito presente, che forse ci avresti evitato questa sofferenza? Preferiamo che tu non dica nulla di circostanziale e che ascolti quello che abbiamo da dirti: “Anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà”. Per cui, datti da fare: c'è ancora gente da salvare.
Per nostro fratello non abbiamo più speranze: sono passati quattro giorni, tutt'intorno c'è silenzio, lamento, non avvertiamo più nemmeno i profumi della primavera, ma solo sapore di morte. Ma guarda a chi ancora è in vita e rischia di non farcela, dacci speranza, dacci certezze, facci sentire che ci sei!

Con Maria ci sei piaciuto di più, ti abbiamo sentito più vicino, non hai risposto al suo stesso rimprovero con frasi di circostanza perché Maria non è come Marta, Maria soffre, Maria continua a piangere, Maria non è una donna forte, è prostrata a terra, non si rialza con facilità, perché il suo modo di dimostrare l'amore verso il fratello morto. Ma sei stato bravo con lei: hai capito che non servivano parole. Non hai fatto altro che entrare nel suo dolore e in silenzio hai pianto con lei, e le hai chiesto qualcosa che per te, allora, sembrava scontato e normale, ma che per noi, oggi, non è affatto scontato, tutt'altro: “Dove lo avete posto?”. “Signore, vieni a vedere!”.
No, oggi non potresti neppure venire a vedere e nemmeno noi riusciremmo a dirti dove lo abbiamo posto, perché la stragrande maggioranza delle persone non ha nemmeno potuto assistere ai funerali dei loro cari.
Adesso, ti chiederemmo un'ultima cortesia: quella di lasciare la tomba chiusa, per noi è come una ferita che con il tempo si rimarginerà.
Ma tanto non ci hai ascoltati prima, quando ti avevamo chiesto di esserci, e nemmeno vuoi ascoltarci ora, perché - ci dici - “se crediamo vedremo la gloria di Dio”.

Se crediamo! Ci costa, ma certo che crediamo, cosa vuoi che facciamo, che smettiamo di credere in te? Non abbiamo mai pregato così tanto come in questi giorni: vuoi che non crediamo? Crediamo, sì, anche se ci costa.
Ora che ci tirerai fuori da quest'ombra della morte - e speriamo davvero che tu lo faccia presto - liberaci e lasciaci davvero andare, come hai fatto con Lazzaro. Lascia andare i nostri fratelli e le nostre sorelle lungo i marciapiedi della città eterna, come facevano quando erano ancora in vita: ci sembrerà di averli ancora un po' con noi. Liberaci e lascia andare anche noi: abbiamo bisogno di tornare a incontrarci, ad abbracciarci, a guardarci negli occhi, ad asciugarci reciprocamente le lacrime, per continuare a sperare e a credere in te, Signore, amante della Vita. Amen.

don Franco Bartolino

Nel nostro cammino verso la Pasqua siamo giunti alla quarta domenica del tempo di Quaresima e oggi, protagonista della liturgia della parola, è la luce.
”Un tempo eravate tenebra” leggiamo nella seconda lettura (Efesini 5,8-14), “ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora, il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità”.
È Lui la luce del mondo, le nostre tenebre saranno illuminate da Cristo, solo Lui può aprire i nostri occhi alla luce.
Nel Vangelo (Gv, 9,1-41) la riflessione parte dalla guarigione di un povero, cieco dalla nascita; il miracolo raccontato, avviene a Gerusalemme, lontano dal tempio e suscita reazioni diverse tra la gente che conosceva il “Cieco nato”.
Il brano del cieco nato ci presenta la condizione degli uomini: chi accoglie la luce, Gesù Cristo e chi, invece, si mette in contrasto con Lui che è la luce del mondo.
La luce di Cristo è un dono gratuito: questo è ciò che ci mostra il vangelo della guarigione del cieco nato. Il cieco nato non chiede nulla, è Gesù che posa il suo sguardo su di lui e lo guarisce.
Questo episodio dà la possibilità ai discepoli di interrogarlo sul legame, per loro stretto, tra il peccato e l’infermità. Ma Gesù subito afferma con chiarezza che “né lui né i suoi genitori hanno peccato; tutti siamo “malati” e bisognosi del “medico celeste” che per primo volge lo sguardo su di noi, per primo prende l’iniziativa: necessaria al miracolo però è la disponibilità e l’apertura all’opera di Gesù.
Alla iniziativa di Dio il cieco deve fare qualcosa, deve obbedire alla parola di Dio, non deve giustificarsi per il fatto che non vedendo non può dirigersi alla piscina. Deve rischiare di camminare ancora nel buio, di inciampare, di cadere, se confida nella parola del Signore che l’ha raggiunto con amore, solo allora può sperimentare la potenza dell’azione divina nella sua esistenza e cominciare a vedere. Perché la luce entri e ci illumini è necessario la nostra parte: ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica. Il cieco, inconsapevolmente, ha compiuto un itinerario dalle tenebre alla luce della fede in Gesù. Crede e riconosce in Colui che gli ha dato la vista, il Signore della sua vita. È questo l’incontro che il Signore chiede ad ognuno di noi: ci chiede un’adesione piena e incondizionata alla sua persona, ci chiede di incontrare la Sua presenza viva e vera e vivere per Lui solo. Se Lui è la nostra luce, noi vedremo nella Sua luce e diventeremo trasparente manifestazione delle sue meraviglie nella nostra vita.
Chiediamo al Signore che la Sua luce ci liberi sempre dalle tenebre del peccato, illumini il nostro cammino verso di Lui senza mai perdere di vista la meta verso la quale è orientata a nostra vita cristiana.
Suor Assunta Cammarota

Con questa prima domenica di quaresima dell’Anno A, siamo invitati a compiere il nostro viaggio verso la maggiore comprensione del nostro battesimo. In queste domeniche, infatti, vivremo l’itinerario dei catecumeni, di coloro che si preparano a ricevere il sacramento del battesimo, della penitenza e dell’eucaristia, da adulti, seguendo queste tappe: con oggi, siamo invitati a prendere coscienza dei nostri limiti e delle tentazioni che albergano nel nostro cuore; nella seconda domenica, la parola ci invita a riflettere sulla nostra condizione futura, quella della vita eterna, facendoci riflettere sulla trasfigurazione del Signore; liberi dalle tentazioni e aperti alla dimensione escatologica, nella terza domenica, con la samaritana, siamo chiamati a riflettere sul dono dell’ “l’acqua viva”: Gesù, estingue la nostra sete con la sua presenza e la sua parola; nella quarta domenica, con il cieco nato, Gesù vince la nostra cecità; nella quinta domenica, con Lazzaro, siamo chiamati a risorgere per vivere un’esistenza rinnovata ad immagine del Figlio di Dio. Un bel cammino, direi, esigente, ma entusiasmante. Soffermiamoci, quindi, sul Vangelo odierno.
Gesù è condotto dallo Spirito nel deserto (v. 1); anche lui è chiamato a considerare le tentazioni possibili, proprie del suo ministero, e ad affrontarle con la Parola per essere un uomo veramente libero da tutto. Vive tre tentazioni che riassumono un po’ anche il nostro mondo interiore; la prima riguarda il pane (vv. 3-4) e riguarda tutto ciò che materialmente ci affascina, tutto ciò che il mondo ci propone, abbagliando gli occhi della vista e del cuore! La seconda (vv. 5-7) è simile alla prima ma non è legata agli oggetti che il mondo ci propone, bensì alla gloria fatua e alla mania di grandezza che ognuno di noi vive e insegue per “essere qualcuno”! La terza (vv 8-10), è legata al problema dell’idolatria che nasce quando non riconosciamo più Dio come l’unico Signore, ma apriamo il cuore a tanti falsi idoli che tante volte ci sovrastano rendendoci schiavi e non liberi figli di Dio!
A tutto questo Gesù risponde sempre con la Parola di Dio, una parola che anche satana conosce, ma che usa a modo proprio. Anche questa è una tentazione per noi: quante volte, infatti, facciamo dire alla Parola ciò che essa non dice solo per giustificare i nostri comportamenti? Ma tutto ciò non è vivere la Parola, bensì strumentalizzarla a proprio piacere! Solo la Parola, invece, può renderci forti dinanzi alle tentazioni che tante volte ci assalgono. Ma oggi si parla ancora di tentazione? Ad uno sguardo all’intorno, a mio avviso, oggi tutto sembra lecito perché “sentito”, presente dentro di noi. Oggi si accoglie tutto come vero, bello, buono, senza soffermarci a riflettere se veramente lo è, se tutto ciò che sto decidendo è un bene per me e per gli altri. Manca il discernimento, la riflessione e ci buttiamo a capofitto in tutte le cose perché tutti fanno così! Preferiamo essere massificati anziché decidere in piena libertà.
La quaresima, allora, che ci chiede “conversione”, è il tempo propizio per ritornare a Dio con tutto il cuore, per abbandonare le pretese del “falso pane” che ci riempie, ma non ci sfama, per allontanarci dalla mera gloria che ci illude di renderci persone importanti, ragguardevoli, mentre in realtà è solo gloria effimera, passeggera, per allontanarci dagli idoli che ci abbagliano, ma non ci indicano la vera Luce.
Non sprechiamo questa possibilità! Apriamo il nostro cuore alla Parola di Dio, ritorniamo a Lui e preghiamo sempre per tutta l’umanità bisognosa di pane, bisognosa di Dio!
Buona quaresima a tutti…

suor Simona