Siamo ormai alla quarta domenica di Avvento e siamo invitati a contemplare una pagina evangelica molto conosciuta, che sappiamo a memoria, quasi scontata. Eppure è meraviglioso vedere come Dio si affaccia nella vita di questa fanciulla ed entra come il Dio della gioia e come presenza costante: ”Rallegrati, il Signore è con te”. Immediatamente si è preparati e predisposti ad accogliere questa gioiosa novità, questo annuncio di vita e fecondità, che cambia sì la vita, i progetti, la storia personale… ma nello stesso tempo apre davanti l’orizzonte della speranza. Ed è ancora un’affermazione da parte dell’angelo Gabriele a fare la differenza: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. “Non temere” perché sei amata, benedetta, guardata con amore e benevolenza. “Non temere” anche se entri a far parte di una storia molto più grande di te, anche se magari non sempre comprenderai. E qui Maria avrebbe potuto cominciare a sognare in grande, a sentirsi già la prescelta, a dire un sì immediato e non riflettuto e invece stupisce la concretezza: “Come avverrà tutto questo?”. Attraverso un’altra presenza, quella dello Spirito Santo che quando avvolge una creatura rende tutto possibile, una presenza rassicurante che soprattutto rende possibile il sì di Maria. Dio prende forma così nella vita di ognuno di noi, entra per portare la gioia, la bella notizia, la speranza, continua a rimanere con noi in quel ”non temere” che ci accompagna ad ogni nostra esitazione o scoraggiamento, ci esorta a credere e a fidarci dei suoi progetti perché nulla è impossibile a Dio! suor Giuliana
Siamo nella terza domenica di Avvento, anche oggi il vangelo ci parla della figura di Giovanni Battista. In questo vangelo Giovanni Battista è descritto come l’uomo mandato da Dio, il testimone della luce, voce di uno che grida nel deserto. Tre definizioni per descrivere un profeta, un precursore, un uomo che suscita tanti interrogativi, che attorno a sè ha la folla, che convince la gente a farsi battezzare e a prepararsi per la venuta del Signore. Tutto ciò che è autentico sveglia negli altri la ricerca del vero, la voglia di capire.
“Tu chi sei?”…Sacerdoti e leviti chiedono la carta d’identità a Giovanni, eppure egli appartiene ad una famiglia sacerdotale, opera sotto gli occhi di tutti, parla francamente.
“Tu chi sei?”…Giovanni Battista non lascia spazio a equivoci, è ancora la chiarezza a distinguere la sua persona:“Io non sono il Cristo”, non sono Elia, non sono il profeta, ma “Io sono voce di uno che grida nel deserto”. Certo chi testimonia la luce non può sostituirsi ad essa, l’uomo mandato da Dio sa fare spazio a Dio, sa indicarlo, sa riconoscere il proprio posto. Giovanni negando con forza di non essere il Cristo non nega ciò che lui è, con la sua scelta invita a scorgere Dio dove non si vede, ad attenderlo da dove non lo si aspetta, a riconoscerlo nei segni della quotidianità. Colui che doveva venire, e che era già in mezzo al suo popolo era il figlio del falegname. A questa attenzione del cuore siamo chiamati ad allenarci, a preparaci, a convertirci. E sarà gioia immensa quando scopriremo di avere e di aver avuto sempre Dio accanto a noi, in mezzo a noi…Mentre lo credevamo così distante e lo attendevamo chissà da dove.
Mc 13,33-37 Questa pagina evangelica di oggi ci introduce nel tempo di avvento. Lo stesso vangelo nel ripeterci per ben tre volte l’invito a vegliare ce ne denota l’importanza. Vegliare non solo perché non sappiamo quando il Signore verrà, ma soprattutto prepararci alla veglia, ad essere desti in qualsiasi ora, prepararci ad una costante attenzione che non permette mai di rilassarsi completamente e fa in modo che quando arriva il padrone non ci trova addormentati. È un tempo questo che ci ricorda di vegliare sulla casa che ci è stata affidata, sul nostro cuore, sulla nostra vita, affinchè niente e nessuno entri senza che ce ne rendiamo conto, affinchè nessuno prenda il posto del padrone. È l’invito ad un atteggiamento di vita di continuo discernimento, di chi sta sulla porta del proprio mondo interiore e decide cosa far entrare e cosa lasciare fuori. Il vangelo inizia dicendo che Gesù si rivolge ai discepoli e chiude allargando l’invito a tutti, è la scelta della chiesa, dei “suoi” a invitare gli altri a fare lo stesso. Tutti chiamati ad attendere nella notte, ma con una certezza nel cuore: il Signore verrà e viene continuamente nella nostra storia, nella nostra vita, nella nostra umanità. Allora il vegliare è possibile perché è preceduto dalla speranza e dalla fede. Suor Giuliana
Mc 1,1-8 “VIENE DOPO DI ME COLUI CHE È PIÙ FORTE DI ME…”
La liturgia della seconda domenica di Avvento ci propone l’inizio del vangelo di Marco. Il Vangelo di Gesù è “la bella notizia” preparata da sempre per noi, atteso e annunciata dai profeti e presentato con forza da Giovanni Battista. Per comprendere questa bella notizia siamo invitati ad entrare nel deserto con il messaggero che grida e annuncia la necessità di preparare la via, raddrizzare i sentieri. La bella notizia è innanzitutto la possibilità della conversione, l’annuncio del perdono dei peccati. E non c’è modo migliore per preparare i cuori se non nell’anticipare una possibilità di vita come fa Giovanni. È questa novità che attira le folle nel Giordano perché hanno bisogno di chi parla di vicinanza, di misericordia, di futuro. Giovanni battista è un annunciatore coerente, annuncia con la forza di chi sa che deve solo preparare gli altri all’incontro con il Signore, con lo zelo di chi si sente responsabile del cammino dei fratelli, con la sobrietà del vero evangelizzatore, con l’umiltà del profeta che mai si sostituisce a Dio. “Viene dopo di me colui che è più forte di me…” lo sguardo non si deve fermare su di lui ma su colui che deve venire. Chi annuncia veramente la bella notizia è capace di invitare sempre ad avere uno sguardo lungo e lungimirante, ad avere il cuore in attesa, l’intelligenza aperta ad accogliere la novità. E sarà una bella notizia anche per noi se ci lasceremo richiamare da questa “voce”, se guarderemo verso la grotta dove, nel mistero della piccolezza tutto ci sarà rivelato.
In questa domenica celebriamo la solennità di Cristo Re dell’universo, Signore del tempo e della storia. Questa pagina evangelica di Matteo ci parla del Regno di Dio come di un luogo preparato da sempre per noi. Il suo regnare è farci partecipi della sua gioia, della sua vita, della sua eternità. Venite benedetti del Padre mio, è questa l’affermazione che caratterizza il modo di regnare di Dio, non sudditi o servi, ma benedetti, amati, salvati e chiamati. Il Signore ci invita così ad entrare nel suo regno preparato da sempre, ma soprattutto costruito nel proprio quotidiano. È un Regno fatto di quei gesti piccoli, di cuore, semplici e perseveranti, tanto naturali da non accorgerci che ci hanno procurato una gioia che non avrà mai fine. Quando amare diventa naturale si vive in pienezza la propria vocazione, ci si accorge dell’altro, ci si fa carico dei fratelli più deboli, si vive con gli occhi e il cuore aperti sulla realtà. Venite benedetti del Padre mio perché avete capito che la vita è un camminare insieme, che l’amore è comunione, che lo straniero e il carcerato sono umanità da amare, che la felicità è tale solo se condivisa. E allora questo vangelo oggi è come quel segnale stradale che ci segnala di fare attenzione, attenzione affinché non viviamo la vita senza accorgerci di nessuno e senza che nessuno ci tocchi. Attenzione affinché riconosciamo che Dio non ha un solo volto, ma infiniti volti e presenze. I volti di tutti quelli che abitano la mia quotidianità e la mia esistenza. Anche per noi dopo aver ascoltato e meditato queste parole risuoni forte questa preghiera di Raoul Follereau: “E non permettere più, o Signore, che viviamo felici da soli”.